FESTIVAL DI SANREMO

FESTIVAL DI SANREMO E LA SUA STORIA

Tanti si chiedono come mai la RAI non abbia imposto la vaccinazione ai cantanti come criterio di selezione. Non è obbligatorio, è illiberale, inoltre il Festival di Sanremo è stato una vetrina fondamentale per il nostro Paese, per le sue aziende, che hanno potuto mostrare la bellezza dell’italianità in tutto il mondo attraverso lo spettacolo nato per offrire intrattenimento a ricchi e potenti uomini d’affari che affollavano il Casinò.

FESTIVAL DI SANREMO STORY

Quando un semisconosciuto cantautore pugliese, di Polignano a Mare, stravinse il Festival di Sanremo del 1958, con le braccia spalancate, gridando “Volare”, conquistò i cuori di molti italiani, cominciando un percorso che lo avrebbe condotto alla notorietà e alla ricchezza.

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Domenico Modugno – foto di proprietà del web

Domenico Modugno, con NEL BLU DIPINTO DI BLU, creò un’icona dell’italianità nel mondo, tanto che, ancora oggi, in molte parti del globo il suo pezzo è più famoso del nostro inno nazionale.

Ma Modugno non sapeva che quelle braccia spalancate erano metafora del Paese, in volo verso il successo economico anche e soprattutto grazie al Festival di Sanremo.

Sanremo era ormai la manifestazione più importante dell’anno, talmente seguita che, nei giorni del Festival, si registrava un aumento dell’assenteismo in ogni settore produttivo ed economico del Paese, tanto che molte società, alcuni politici e persino Confindustria ne chiedevano la chiusura o il diniego di trasmissione via radio e in televisione.

Inoltre, proprio in virtù del Festival, il Casinò di Sanremo aveva doppiato gli incassi di quelli della Costa Azzurra, cosa che aveva scatenato una guerra diplomatica con la Francia, fino a esercitare pressioni enormi su chi gestiva l’organizzazione del concorso canoro.

Addirittura, il 13 gennaio 1959, morì Achille Cajafa, in un misterioso incidente stradale, poi definito decenni dopo dall’Ispettore Molinari complotto atto a levare di mezzo una persona scomoda e apparentemente incorruttibile. Pare, infatti, che l’incidente stradale fosse la prassi più in uso dei servizi segreti per eliminare individui problematici.

Dopo la morte di Cajafa, Ugo Tognazzi, designato da mesi conduttore dell’edizione del Festival di quell’anno, diede improvvisamente forfait, lasciando spazio ad Enzo Tortora, ma lo spettacolo non si fermò.

Tuttavia, come affermato più tardi dallo stesso Ispettore di Sanremo, Arrigo Molinari, la sera del 29 gennaio egli ebbe l’ordine perentorio dal Ministero dell’Interno di scollegare i microfoni e di chiudere la messa in onda della manifestazione, proprio a causa della guerra diplomatica tra Italia e Francia.

Molinari non eseguì gli ordini e il Festival si svolse tranquillamente, tra ufficiose lavate di testa e smentite delle voci in merito, ma il clima fu talmente preoccupante che molti cantanti si affidarono a guardie del corpo spacciate per amici di famiglia, poiché temevano per la loro incolumità.

Figuriamoci se lo stato vaccinale dei cantanti di oggi avrebbe potuto fare ciò che non fu possibile allora.

Ma Molinari da dove attinse la sua risolutezza?

Oggi è risaputo che i Casinò servivano a ripulire denaro sporco che proveniva dai proventi della vendita della droga e che molti mafiosi americani portavano soldi in Costa Azzurra e in Liguria.

Il Festival di Sanremo aveva permesso al Casinò ligure di attrarre molti miliardari esteri, strappandoli proprio alla costa francese, che soffriva ingenti perdite, così come perdevano gli alberghi di lusso e tutto il sommerso mondo dello spaccio di droga.

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In quegli stessi anni, inoltre, mafia e Casinò si stavano miscelando proprio grazie alla droga. Nel 1957, infatti, a Palermo si era tenuto un summit segreto tra i capi di Cosa Nostra e i colleghi statunitensi, in merito allo spaccio che poteva profilarsi tra i ricchi che si muovevano tra Festival e Casinò.

Ad amministrare la convivenza tra ambienti criminali, politici, avvocati, industriali e giudici, era salito Joe Adonis, successore di Lucky Luciano, famoso capomafia morto d’infarto nel 1962.

Adonis mise in piedi un sistema efficiente, in cui Mafia italiana e statunitense, nonché Camorra e malavita francese gestivano il traffico della droga, che arrivava dal Sud America, veniva raffinata in Francia, per poi essere smistata in Costa Azzurra e in Liguria; così tutti avevano una fetta dei proventi, utilizzando il Casinò di Sanremo e quelli della costa francese come lavatrici.

Gli affari erano nelle mani di un numero ristretto di soggetti fidati, che avevano sede in quella che stava diventando la capitale finanziaria italiana: Milano.

A gestire il denaro, Adonis mise il suo fiscalista di fiducia, Michele Sindona, consulente di quel Cardinal Montini destinato a divenire Paolo VI.

Si mise in piedi un’attività che coinvolgeva ambienti vaticani, la massoneria, le industrie petrolifere e cinematografiche statunitensi, istituti finanziari come la potente Illinois Continental Banck, e persino mafiosi americani utilizzati anche dalla CIA per tentare di eliminare Fidel Castro.

Politica e polizia, sia in Italia, sia negli USA, stavano a guardare senza muovere ciglio, poiché la nostra Penisola era un elemento fondamentale nello scacchiere internazionale contro la lotta al Comunismo; perciò, si riteneva che smantellando il sistema illegale gestito dalla mafia, si sarebbero messi in pericolo gli stessi equilibri che garantivano la tenuta del sistema Italia, con i mafiosi non più alleati contro il nemico rosso.

Intanto, il Festival dettava le mode e veicolava la cultura italiana attraverso le canzonette che i giostrai acquistavano e portavano nei rispettivi Paesi.

In Jugoslavia, per esempio, il successo della canzone italiana e del festival era tale che le case discografiche oltre Adriatico siglarono accordi speciali con l’organizzazione del Festival di Sanremo e con le etichette italiane affinché potessero mettere in vendita immediatamente i successi della rassegna canora.

L’organizzatore Gianni Ravera, nel 1964, portò il Festival di Sanremo alla dimensione planetaria, con l’intuizione di far gareggiare anche star internazionali in coppia con i cantanti italiani.

Arrivarono perciò mostri sacri del calibro di Paul Anka, mentre Gigliola Cinquetti trionfava non solo a Saneremo, ma anche all’Eurofestival.

Erano gli anni della Dolce Vita, di quell’Italia raccontata da Fellini in cui molti ricchi stranieri vedevano un angolo di paradiso, un miscuglio tra passione, cultura e poesia, e il Festival di Sanremo era da un lato il catalizzatore che riassumeva l’identità italiana, dall’altro la vetrina di nuovi mondi e mode che venivano da lontano per mescolarsi con le nostre tradizioni.

Erano gli anni in cui si affacciavano gli urlatori e in cui la canzonetta si trasformava, con tematiche che non restavano più fedeli soltanto all’amore pudico, ma abbracciavano varie tematiche, anche sociali, sebbene non si potesse parlare ancora di mafia, né di politica o di finanza, se non in senso lato e metaforico.

Il Festival di Sanremo cresceva, in Italia e nel mondo, accompagnando il boom economico del nostro Paese, poiché era la più potente pubblicità per le nostre aziende manifatturiere, per le case di moda, per le varie espressioni artistiche.

Proprio grazie al Festival di Sanremo, unico nel suo genere nel mondo, una nazione piccola e insignificante come l’Italia riuscì a crescere a dismisura, diventando uno dei Paesi più economicamente avanzati.

Grazie a un sistema che alimenta un giro d’affari abnorme.

Figuriamoci se una pandemia, un obbligo vaccinale o una dittatura possano fermare tanta manna.

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