SALVADOR DALÍ

di Pasquale Di Matteo, scrittore, critico d’arte, opinionista.

Salvador Dalí, Marchese di Pùbol, all’anagrafe Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí i Domènech, nacque l’11 maggio 1904.

Pittore, scultore, scrittore, fotografo, designer, cineasta… Dalì è stato un istrione del mondo dell’arte e della cultura.

Influenzato dai grandi maestri del passato, in primis i padri del Rinascimento, il suo talento e la sua maestria lo condussero ad allacciare rapporti collaborativi in diversi campi artistici.

Salvador Dalì è stato uno dei più illustri protagonisti del Surrealismo, movimento esploso durante gli anni venti del secolo scorso. L’artista era solito infliggersi sensazioni di forte disagio per poter vivere l’angoscia, avvertita come il motore della creatività. Doveva sentirla, provarla sulla propria pelle.

Provare angoscia era una necessità che Dalì avvertiva per poter meglio veicolare i propri messaggi sulle tele.

Dalì definiva concreta l’irrazionalità e pretendeva di manifestare con precisione maniacale di dettagli tali scene fantasiose, spinto dal desiderio di superare il confine tra realtà e immaginazione, grazie a un automatismo psichico acceso dall’angoscia.

Sono numerose le sue opere note e mi soffermerò su due in particolare: La Persistenza della Memoria e L’Ultima Cena.

LA PERSISTENZA DELLA MEMORIA

La Persistenza della Memoria, raccontata da Pasquale Di Matteo scrittore, critico d'arte, opinionista
La Persistenza della Memoria – immagine di proprietà del Web

È un’opera del 1931, una delle opere più famose di Dalì, uno scorcio intenso del suo mondo irrazionale, nel quale regna l’immobilità. Un’opera suggestiva dalla potente poetica, dalla forte connotazione attuale.

Una denuncia di una delle più drammatiche schiavitù create dall’uomo: il tempo. Un tempo liquido, ma, proprio per questo, pernicioso e invadente.

La scena è l’istantanea di un deserto, dove ogni cosa è immobile, persino l’acqua all’orizzonte, mentre alcuni orologi sonnecchiano in primo piano, liquefatti, a manifestare la reale importanza del tempo, che l’uomo, invece, pone al di sopra di ogni altra cosa.

Il messaggio di Salvador Dalì strizzava l’occhio alla teoria della Relatività Generale di Einstein, formulata nel 1916, con la quale lo scienziato spiegava come il tempo venga piegato dalla gravità.

Gli orologi deformati sono un chiaro riferimento alla morte, concetto molto a cuore ai Surrealisti; l’uomo è un essere vivente a cui è dato conoscere soltanto la data di nascita, ma a nessuno è consentito conoscere quella di scadenza.

L’artista ebbe l’ispirazione degli orologi molli osservando del formaggio che colava fuori dal piatto, durante una cena estiva, un episodio che gli accese riflessioni in merito alla morte e al tempo.

Al centro dell’opera, un orologio sciolto è adagiato su una figura surreale con un occhio chiuso, che ricorda un autoritratto dell’artista, immagine in cui traspare il desiderio di Dalì di far comprendere come la libertà d’espressione e l’essenza della vera natura di ciascuno possano manifestarsi soltanto sovvertendo la dipendenza dal tempo.

Le formiche e la mosca nell’angolo a sinistra sono le uniche forme di vita reali inserite nel dipinto, simbolo di putrefazione che ricorre spesso nelle sue opere.

Nel 1934, pur negando apertamente di simpatizzare per il fascismo, Salvador Dalì fu espulso dal Movimento surrealista per essersi rifiutato di sposare gli ideali di Sinistra.

I veri artisti contemporanei, di Pasquale Di Matteo, scrittore, critico d'arte, opinionista
I veri artisti contemporanei, di Pasquale Di Matteo, scrittore, critico d’arte, opinionista

L’ULTIMA CENA

La scena dell’Ultima cena di Dalì si svolge all’interno di un dodecaedro, espediente simbolico con cui il maestro si riferisce agli apostoli. Dodici è infatti il numero degli apostoli e sono i lati del poliedro.

La figura di Gesù è così associata a una struttura matematica che permette di elevare la vita terrena di Gesù verso una dimensione metafisica.

In quest’opera, l’autore si cimenta con i concetti dell’arte sacra. Ne scaturisce una miscela tra sacro e profano, sconvolgendo la classica iconografia tradizionale, con l’utilizzo di simboli esoterici difficili da interpretare. Un chiaro riferimento a Leonardo Da Vinci, ma con uno stile che rivede canoni e stereotipi.

Un Gesù dalle sembianze androgine, che l’artista disegna con i tratti della moglie Gala, provocazione che al tempo venne definita blasfema dal mondo cattolico e suscitò scandalo.

Gesù è talmente avvolto dalla luce da sembrare seduto a tavola con i discepoli. Invece è immerso nell’acqua. Con le dita sollevate, mentre sembra indicare il suo prossimo viaggio verso il regno dei cieli.

Non sono distinguibili i volti degli apostoli e la tavola è scarsamente imbandita.

Salvador Dalì morirà nel 1989, portando con sé una delle espressioni più geniali della storia.

Il Segreto di Lukas Kofler, di Pasquale Di Matteo, scrittore, critico d'arte, opinionista
Il Segreto di Lukas Kofler, di Pasquale Di Matteo, scrittore, critico d’arte, opinionista

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