LOOK DOWN A NAPOLI

LOOK DOWN A NAPOLI

Vale un milione di euro l’opera in marmo bianco, che rappresenta gli ultimi, comparsa improvvisamente nella notte al centro di Piazza del Plebiscito a Napoli. Un regalo a una città, ai più deboli e fragili, lasciati soli da chi comanda e da una parte degli Italiani.

di Pasquale Di Matteo

Per la prima volta in questi mesi, un artista decide di donare una sua opera per metterla al servizio di chi non ha voce. Una scelta in coerenza, per Jago, con la sua idea di arte e di impegno sociale.

L’opera è firmata da Jago, al secolo Jacopo Cardillo, 33enne artista molto attivo sui social. Il giovane, originario di Frosinone, è uno scultore particolarmente dotato che ha già conquistato riconoscimenti e commesse importanti anche all’estero, con la crudezza dei suoi personaggi, un’ottima tecnica e la capacità di utilizzo degli strumenti offerti dalla tecnologia.

Jago – Immagine di proprietà del web

Un bimbo di nome Homeless, con gli occhi chiusi e rannicchiato in posizione fetale. È inchiodato a terra da una catena. E la sua fragilità è quella di tante categorie piegate dalla crisi economica sempre più drammatica, che calpesta ogni certezza, anni di sacrifici, e i percorsi che erano stati disegnati per il futuro.

Il titolo dell’opera è inequivocabile: “Look down”.

Un gioco che richiama Lockdown, gli arresti domiciliari di quelli che molti, troppi, già definiscono la “nuova normalità”.

Look down, guarda in basso, dove vivono gli ultimi. Quelli che non possono cantare felici dal balcone.

Le partite iva e le tante attività umiliate e prese in giro dallo Stato, nonché sbeffeggiate dai connazionali che non vivono alcuna sofferenza.

Guarda in basso. Ai vulnerabili, agli ultimi, ai senzatetto, ai dimenticati.

Il bimbo Homeless non vive soltanto per strada, come un clochard, ma rivela l’innocenza dell’essere umano tornato nudo al cordone ombelicale. L’opera è comparsa improvvisamente nella notte, nel cuore del centro, installata in collaborazione con la Fondazione San Gennaro proprio al centro della piazza simbolo di Napoli.

La figura rannicchiata in posizione fetale occupa un metro e sessantacinque per altrettanti centimetri di larghezza, ed è alta sessantaquattro centimetri.  Una macchia bianca sulla piazza scura, la purezza che attira gli sguardi, come a voler sfidare gli indifferenti ad aprire gli occhi per vedere quanto sta accadendo.

Non si tratta del lavoro migliore eseguito dall’artista, quanto a fattura tecnica, ma ciò dimostra come a Jago non importassero i dettagli, ma la potenza del messaggio.

Intervistato dalla stampa, Jago ha dichiarato: “Il significato della mia opera? Andatelo a chiedere a tutti quelli che, in questo momento, sono lasciati incatenati nella loro condizione. “Look down” è l’invito a guardare in basso, ai problemi che affliggono la società e alla paura di una situazione di povertà diffusa che si prospetta essere molto preoccupante, soprattutto per i più fragili”.

Quella presenza scottante in mezzo alla piazza, in fondo, è un semplice bambino. Nudo e incatenato.

Eppure, la sua fragilità è graffiante e costringe i passanti a osservare, forse a riflettere. Solo così si arriva a capire che la crisi economica dovuta all’abdicazione della politica in favore di una parte della Scienza, la più catastrofista, sta conducendo a morte certa milioni di cittadini nel mondo. Non certo per virus, ma per la miseria, per fame.

Purtroppo, chi ha una paga da statale, chi può lavorare da casa, chi riceve una pensione, non ha la più pallida idea di cosa significhi non avere niente. Zero. A parte tante, troppe promesse, di sussidi inutili anche se reali, se non sono accompagnati da una visione strategica per la ripresa dell’Economia.

Jago non è nuovo a queste installazioni con cui esorta a comprendere le dinamiche del nostro tempo, le discriminazioni causate da tante scelte di chi riveste ruoli di potere.

L’artista ha scelto Napoli per la sua installazione perché proprio a Napoli si è stabilito, di ritorno da New York, dopo lo scoppio della pandemia.

In passato, aveva donato alla chiesa di San Severo alla Sanità l’opera, “Il figlio velato” in omaggio al capolavoro del “Cristo velato” di Giuseppe Sanmartino, esposto a Cappella Sansevero. Perciò Jago è stato sostenuto da padre Antonio Loffredo, che gli ha aperto le porte dell’antica chiesa ormai chiusa al culto di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel borgo Vergini.

Jago ha ripulito la location, facendone il laboratorio di uno scultore, ma anche un punto di aggregazione per i ragazzi del rione. Tra Jago e Napoli esiste un legame di rapporti umani, di immersioni nei luoghi in cui c’è più sofferenza, in mezzo agli ultimi, ai più fragili.

Ai dimenticati di oggi.

Un grazie a Jago, alla sua intelligenza, al suo messaggio e alla sua sensibilità da grande artista. Un orgoglio per il nostro Paese.

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