LA CULTURA NON È UN ACCESSORIO

LA CULTURA NON È UN ACCESSORIO

L’Italia è la nazione che detiene la percentuale più elevata di patrimonio culturale al mondo. Ma siamo abituati a dimenticarlo e, in queste ultime settimane, la tendenza è quella di sminuire l’intero settore, definendolo non indispensabile. Ma cosa resta del Bel Paese senza la cultura? E perché non si parla dei tagli criminali di Monti e del PD?

di Pasquale Di Matteo

Durante un congresso del 2019, a Palazzo Giureconsulti, Spazi culturali ed eventi di spettacolo: un importante impatto economico, AGIS, Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, Impresa Cultura Italia – Confcommercio, Università IULM di Milano e Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, diedero un quadro dell’economia generata sul territorio dall’attività di sale cinematografiche e teatrali e di festival culturali, attraverso l’analisi delle spese sostenute dagli spettatori, delle spese di gestione delle strutture dello spettacolo, e delle ricadute economiche e occupazionali nei contesti urbani del Bel Paese.

Si stimava che solo per l’acquisto dei biglietti per spettacoli in teatro, nel 2018 gli Italiani avessero speso poco meno di un miliardo di euro. A questi soldi, vanno aggiunti quelli dell’indotto: bar, ristoranti, hotel, taxisti, negozi… Categorie che non avrebbero lavorato senza gli attori, i costumisti, i montatori, gli scenografi, i musicisti… L’indotto arriva almeno a cinque miliari di euro. Pensate alla quota che va nelle casse dello Stato sottoforma di Iva e imposte?

Nel teatro lavorano centinaia di migliaia di addetti: attori, costumisti, registi, scenografi, sceneggiatori, cantanti, musicisti, guardarobieri, addetti alla biglietteria, alla pulizia e ad altri servizi. Grazie ai loro emolumenti, contribuiscono a mantenere viva l’economia, facendo la spesa, andando al ristorante, acquistando un maglione, un paio di scarpe, andando in vacanza e… Vivendo. Oltretutto, il loro lavoro determina tasse e imposte che entrano nelle casse dello Stato.

Il discorso diventa esponenzialmente maggiore, aggiungendo gli introiti dei cinema, delle fiere e dei vari eventi, compresi i rispettivi indotti e tutti gli occupati. Ancora di più, aggiungendo l’attività museale, delle gallerie private e degli eventi artistico/culturali, che ampliano la platea dell’indotto, introducendo colorifici, grafici, pubblicitari, rivenditori di musica e di film, librerie…

A cui aggiungere l’intera filiera della ristorazione (macellerie, pescherie, rivenditori di abbigliamento specifico…), della distribuzione, le stamperie… In un’economia interconnessa come la nostra, chiudere un settore apparentemente insignificante crea danni a decine di attività collegate.

Chiudere il settore cultura, non soltanto determina perdite miliardarie per l’Economia del Paese, ma anche cospicue uscite per i sussidi elargiti attraverso le CIG e per i danni ripagati sotto forma di una tantum. Senza considerare quanto si dovrà sborsare per i tanti che si troveranno senza lavoro. Sia del settore, sia indiretti, come i camerieri dei ristoranti che non lavorano più o gli addetti alle pulizie, che con le attività chiuse, non devono più pulirne gli spazi. E ancora, dei trasporti e di tutto l’indotto.

Se tutta questa gente non verserà più un euro di imposte, ma chiederà aiuto allo Stato, chi pagherà le pensioni, i sussidi, gli stipendi alle forze dell’ordine, ai medici, agli infermieri? Chi le medicine e le bollette degli ospedali?

Eppure, non passa giorno che in televisione non si parli di cosa chiudere per difenderci dal virus. E il settore cultura è sempre quello sulla bocca di tutti come il meno indispensabile.

Ma chiudere per cosa? Siamo sicuri che si tratti della scelta giusta?

Come ha opportunamente spiegato l’infettivologo Pier Luigi Garavelli, «Una virosi respiratoria virulenta si può spegnere se attenua la sua contagiosità, se cambiano le condizioni ambientali, il clima di trasmissibilità, oppure se vengono trovati un vaccino o una cura. O, ancora, se la popolazione si immunizza. Altrimenti continua a persistere, presentando periodicamente delle riaccensioni. Se la popolazione viene segregata per non esporsi al virus, chiaramente questa non si infetta, fino a quando finita la segregazione torna a contagiarsi e in parte si ammala e muore. Anche perché il virus è in serbatoi numericamente rilevanti come i portatori sani. Perciò, il lockdown a fini virologici non può funzionare, poiché attenua solo l’impatto del numero degli infetti nel breve periodo e quindi il possibile collasso del Sistema Sanitario, a prezzo però di un enorme danno economico, sociale e psichico. Anche in precedenti e gravi pandemie, dal medioevo ai giorni nostri, quando le infezioni sono ben conosciute, il lockdown non è mai stato applicato. Lo sanno gli Studenti di Medicina, non mi pare l’OMS, certi Tecnici e Politici. Sostanzialmente, il lockdown serve solo a mascherare una sanità che a furia di tagli non è più in grado di reggere.»

Allora, proprio il mondo della cultura e il sapere dovrebbero essere interpellati. E non chiusi!

Anche i meno attenti e chi ha la memoria corta scoprirebbero che il nostro sistema sanitario, un tempo fiore all’occhiello nel mondo, è stato smantellato e ridimensionato dalle politiche criminali di Mario Monti e continuate fino ai nostri giorni, da Renzi, soprattutto, ma anche dai governi Conte. (Ancora nel gennaio del 2020, in molti ospedali italiani si tagliavano ulteriormente le ore di pulizia nell’anno per far fronte al deficit di investimenti.)

E quando qualcuno, come il sottoscritto, faceva notare che un giorno l’avremmo pagata, la risposta era unanime: “Siamo nel terzo millennio, le malattie non si curano più con tanti medici e posti letto, ma con le nuove scoperte della Scienza. E poi ce lo chiede l’Europa perché dobbiamo sanare il debito pubblico.”

Dove sono i Montiani adesso? Cosa pensano i tifosi del PD? Tagliamo ancora?!

Così, per colpa delle politiche montiane, avvalorate soprattutto da un partito, oggi ci troviamo con migliaia di letti in ospedale in meno, migliaia di medici e infermieri in meno e terapie intensive insufficienti. E, come se non bastasse, quel debito che sembrava alto dieci anni fa, ora è aumentato a livelli esponenziali proprio per colpa di chi voleva ridurlo.

Allora, come affrontare l’emergenza? Chiudendo le attività lavorative, compresi i settori legati al mondo della cultura, è ovvio! Perché se non si sa quanto valgono, fai questo!

D’altronde, se a gestire la situazione è la stessa classe politica che ha maturato il disastro con i tagli, cosa aspettarsi di diverso?

Manca la cultura. Ce ne siamo accorti. Oggi è senz’altro più indispensabile della tachipirina. Ma ci si guarda bene dal dirlo, così come si evita di parlare dei tagli criminali approvati tutti dal Partito Democratico, che oggi appoggia la maggioranza. Un partito che ha molto proselitismo e tessere tra medici e direttori ospedalieri.

Non è difficile comprendere perché sia meglio parlare di chiusure, di attività meno utili, e non del disastro causato dalle politiche che hanno ridotto il sistema sanitario a un colabrodo.

Chiudiamo i teatri. Tanto, a chi passa il tempo davanti alla televisione, cosa volete che interessi?

2 pensieri su “LA CULTURA NON È UN ACCESSORIO

  1. Rita Carrodano

    Ho letto tutto ..ma hai dimenticato di dire che i tagli sono stati fatti quando al governo c’era Berlusconi. ..lega e Meloni.
    Soprattutto alla cultura.
    Io insegnavo ( sono prof. Di arte) e la ministra Gelmini tagliò le ore a tutti gli insegnanti…un taglio notevole.
    Quindi…se devi dire la verità dillo tutta…altrimenti sembra che parteggiano a destra…

    "Mi piace"

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