ARSHILE GORKY

ARSHILE GORKY

Fu artista enigmatico e viscerale. Capace di andare controcorrente, attingendo dall’antichità e dai ricordi della sua infanzia triste. Sperimentatore del flusso della coscienza, i suoi colori abbandonarono i confini degli Stati Uniti.

di Pasquale Di Matteo

ARSHILE GORKY: CENNI BIOGRAFICI

Conosciuto per anni come il cugino dello scrittore Maxim Gorky (che peraltro era un nome d’arte), Vosdanig Adoian nacque a Khorkom, un piccolo villaggio sito nei pressi del lago di Van, nell’allora Turchia ottomana, il 15 aprile del 1904 (o forse 1905 – sulla data non v’è certezza) da una famiglia povera.

Per sfuggire al genocidio commesso dall’esercito ottomano, nel 1915, Gorky scappò a piedi in Armenia, con le sorelle e la madre, dove quest’ultima morirà per fame nel 1919.

Il padre era già scappato in America nel 1908, per sfuggire al servizio militare.

Nel 1920, emigrò negli Stati Uniti, dove cambiò legalmente nome in Arshile Gorky, in omaggio allo scrittore russo Maksim Gor’kij, che come lui ebbe una vita errante e dolorosa, e del quale l’artista racconterà per tutto l’arco della vita di essere il cugino.

Morì suicida, in seguito ai risvolti negativi di un cancro e dopo aver scoperto la relazione della moglie con l’amico Roberto Matta, quella stessa moglie che scoprì la vera biografia di Gorky soltanto dieci anni dopo la sua morte.

ARSHILE GORKY: LA SUA ARTE

L’arte di Gorky è un viaggio in mondi chimerici, in quelli che lo stesso artista indicava come il frutto della miscela tra ricordi della sua difficile infanzia, fatta di stenti e di forti privazioni, e i racconti della madre, quelli che alleviavano le sue sofferenze di bambino, quando si rifugiava tra le sue braccia per piangere.

Fortemente influenzato dal Cubismo, le sue figure rivelano tuttavia una morbidezza che smussa angoli e spigoli presenti invece in Picasso.

Arshile Gorky declina sulle tele il suo essere fuori le righe, contrario a vincoli e forme, e sperimenta, facendo propri e rielaborando percorsi dei maestri più famosi.

Nelle sue opere si ritrovano la logica deformata di Picasso, la vivacità delle forme di Mirò, i paesaggi di Cézanne, ma tutto assume una struttura che nasce dall’anima, attraverso procedimenti attinti dall’antichità e dall’Oriente, sviluppati con gli stili moderni.

Tuttavia, la sua arte non è soltanto una manifestazione astratta dei suoi mondi onirici, in cui sintetizza il Cubismo, ammorbidendone la struttura e miscelandolo con tecniche e schemi surrealisti, ma anche espressione figurativa, con la quale l’artista riporta alla luce la famiglia perduta e analizza il suo tempo.

Anche il disegno ha un ruolo fondamentale nella pratica di Gorky, perché funge da studio per gran parte delle sue opere pittoriche.

Le sue amicizie e le sue frequentazioni lo vedono in contatto con André Breton, Wifredo Lam, Max Ernst e Roberto Matta, dai cui confronti si sviluppa la percezione dell’inconscio nei suoi lavori, così come i suoi viaggi nella vastità delle terre statunitensi lo legano alla natura.

La sua arte è caratterizzata dalla maturazione del tocco deciso e fisico, unitamente al tormento, che traspare nella pesantezza del colore, che nell’ultimo periodo si alleggerirà.

Come già peculiarità di Paolo Uccello, Gorky appare più interessato alle cose poste nello spazio, piuttosto che agli oggetti in sé, elemento che accentua trasmettendo alle sue opere una suggestiva atemporalità attraverso un uso particolare del colore, in cui lo spazio abbraccia gli elementi e li manifesta.

La pittura di Gorky è un’arte che nasce dall’idea e dal ricordo e non da tecniche, scuole e stili, perciò risulta una sperimentazione continua volta ad assecondare il suo nomadismo dell’anima, prim’ancora che fisico. Quella condizione di profugo che in gran parte dei suoi lavori rivive nell’alternanza dell’uso del colore massivo e intenso, mentre altre volte è essenziale, così come i tratti stilizzati che sfumano nell’astrattismo surrealista, con quelle forme oniriche, quanto inconsce, che in Gorky celano qualunque gesto e minimizzano le linee dei tratti figurativi.

In Gorky, il ricordo è manifesto, ma con pudore, nell’accezione estetica che ne fa Hegel, ovvero dell’inizio dell’ira contro qualcosa che non deve essere.

La pittura di Gorky si è sviluppata negli anni in cui New York scippava lo scettro di capitale dell’arte mondiale a Parigi, e l’artista si può certamente definire un pioniere di ciò che si sarebbe affermato successivamente con il nome di Espressionismo Astratto.

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