IL MORBO E L’ARTE

IL MORBO E L’ARTE

La storia europea è costellata da malattie di tale virulenza da decimarne la popolazione. Come accaduto più volte dal 1300 in avanti.

di Pasquale Di Matteo

La Peste Nera uccise più di un terzo della popolazione europea, a cavallo tra il 1348 e il 1352, portata nel nostro continente dalle navi genovesi sfuggite all’assedio da parte dei Tartari della colonia di Caffa, in Crimea, nel 1347.

In questo conflitto, i Tartari usarono lanciare i cadaveri affetti dal morbo mediante le catapulte, all’interno della colonia sotto assedio, generando la diffusione della letale malattia.

Sul periodo in cui il morbo imperversò in Europa, anche nel De Cameron di Boccaccio si racconta dell’isterismo che ne seguì, spesso letale al pari del flagello causato dal morbo, con esasperazioni che sfociavano in risse cruente e atti di violenza.

Il mondo dell’Arte vide il blocco della ricerca di Giotto, della sperimentazione figurativa, così come si bloccarono i cantieri e quanto ambito dell’architettura, un po’ a causa delle morti di molti protagonisti di questi settori, (pittori, manovali, architetti…), ma soprattutto per il fatto che, con la popolazione decimata, i bisogni e le priorità diventavano altri.

Tuttavia, da questo periodo si svilupparono richieste di lavori che esaltassero l’aspetto umano legato al divino, alla religione, considerato il fatto che la Peste Nera era largamente ritenuta inviata come castigo di Dio.

Se da un lato tale nuovo approccio bloccò la ricerca stilistica cominciata da Giotto, questa nuova visione diventò anche il motore che spalancò la strada alla contrapposizione dell’amore per la vita contro la paura della morte, con l’attenzione al particolare, al realismo dei dettagli, veri e propri albori di quel gusto estetico che portò in seguito al Rinascimento.

IL MORBO E L’ARTE: IL TRIONFO DELLA MORTE

La morte, nei secoli della Peste, è un elemento che si muove sinuoso nella vita dell’uomo, nella sua cultura, e vi è una sorta di rassegnazione e di impotenza che la rende forse più normale e accettabile di quanto accada nel nostro tempo, tanto da essere umanizzata da moltissimi artisti di diverse generazioni.

IL TRIONFO DELLA MORTE, per esempio, è un affresco del 1446 circa, conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis a Palermo, il cui autore è sconosciuto.

TRIONFO DELLA MORTE, autore sconosciuto – Immagine di Proprietà del WEB.

Si tratta di un’opera che accentua i temi del male e della morte, focalizzando l’attenzione sui suoi aspetti macabri, persino grotteschi.

La morte, con le sue sembianze disumane, irrompe in un giardino, in groppa a un cavallo rinsecchito, con le costole evidenti e uno scheletro scarno, mentre scocca frecce a destra e a manca, colpendo persone di qualsiasi classe sociale.

Personaggi nobili e del clero giacciono cadaveri ai piedi dell’opera, mentre altri aristocratici, sulla destra della composizione, continuano imperterriti le proprie attività.

A sinistra, invece, i poveri implorano la morte di alleviare loro le sofferenze.

IL MORBO E L’ARTE: TRA REALTÀ E PERCEZIONE

Altre due importanti ondate di peste si verificarono nel 1630, anche raccontata dal Manzoni, e nel 1656 nel Regno di Napoli.

Il mondo dell’arte, in questa fase della storia, dipinse la peste secondo i diversi approcci: da un lato, nella sua espressione realistica, dominata dal senso della sofferenza, del flagello, della sciagura che incombe e devasta, lasciando gli uomini nella disperazione, impotenti dinanzi alla morte, con rappresentazioni di scene che manifestano quanto riconducibile all’ambito del senso visivo.

Particolare de “La Vergine che appare agli appestati (durante la peste a Venezia del 1630)”, di Antonio Zanchi – Immagine di Proprietà del WEB

In altri approcci, invece, si sviluppò la tendenza a strutturare l’opera a più piani, con il mondo dei morenti in basso e quello divino, nella parte superiore.

In tali rappresentazioni, il colore assume aspetti più spiccatamente iconici, dove la luce e le ombre creano la dicotomia filosofica tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra il divino e l’umano, fino alla solennità del Classicismo.

“Piazza Mercatello durante la peste del 1656”, di Micco Spadaro – Immagine di Proprietà del WEB

In questi approcci, oltre alla disperazione e all’angoscia, l’uomo si rassegna al castigo e si prodiga in atti di devozione come unica speranza di miglioramento delle condizioni umane.

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