OSCAR KOKOSCHKA

OSCAR KOKOSCHKA

OSKAR KOKOSCHKA, ARTISTA DELL’INCONSCIO E DELLE TRIBOLAZIONI, HA ATTRAVERSATO IL NOVECENTO, ATTENTO A COGLIERE E A RACCONTARE GLI UOMINI NEL SUO TEMPO, PIÙ CHE SE STESSO. POICHÉ, COME ERA SOLITO DIRE, “SOLTANTO I DILETTANTI DIPINGONO I PROPRI TORMENTI, CHE NON INTERESSANO A NESSUNO”.

di Pasquale Di Matteo

Oskar Kokoschka nasce il 1° marzo del 1886, a Pöchlarn, in Austria.

La sua infanzia si svolge seguendo il ritmo dei continui traslochi a cui è costretta la famiglia, che vive forti ristrettezze economiche.

Riesce comunque a iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Vienna e a farsi notare, tanto che, nel 1908, Gustav Klimt lo presenta alla critica durante un Art Show.

Nel tempo, acquista fama e si trasferisce a Berlino, dove diviene il primo illustratore della rivista Der Sturm.

Proprio a Berlino, resta affascinato dalle teorie di Freud in merito al mondo onirico e al subconscio.

È così che la sua pittura diventa più reale e immediata, a tratti talmente cruda da essere definita da più parti selvaggia, perché, proprio in virtù dell’interesse per la Psicologia umana, l’artista è rivolto a rappresentare l’angoscia e i problemi, dell’uomo e della società.

Comincia a utilizzare le sue iniziali per firmarsi, in un periodo in cui OK non aveva ancora assunto il significato che gli attribuiamo oggi; infatti, fu solo durante la Grande Guerra che le truppe americane utilizzarono la dicitura 0 killed, (zero deceduti), per contrassegnare quelle rare missioni in cui non si registravano vittime.

Proprio per l’eccezionalità della circostanza, la scritta OK assunse il significato di tutto bene.

In occasione della prima guerra mondiale, per cui Kokoschka si arruola volontario in cavalleria, l’artista viene gravemente ferito alla testa e congedato nel 1916.

Dopo un momento in Svizzera, inizia un periodo di viaggi, che conducono il pittore a visitare quasi tutta l’Europa, il nord Africa e il Medioriente.

In questi anni, nell’arte di Kokoschka prevalgono i paesaggi e le città.

Non sono più Dresda e Berlino oggetti della sua attenzione, ma le tante città del suo nomadismo, obbligato da risvolti politici e dalla crisi economica.

Kokoschka, immortala diverse città: Madrid, Londra, Amsterdam, Amburgo, Lione, Praga, Istanbul, Gerusalemme, con cromie e tratti accomunati da ricordi e vissuti catturati dai balconi delle varie abitazioni in cui si rifugia.

Le città vengono dipinte sempre dall’alto, da balconi e campanili, in composizioni ellittiche con più punti di fuga, dove lo spazio è libero di combinarsi con il colore, di cui quelli più vivaci profilano strutture e comignoli, o accendono il cielo, in un insieme in cui l’artista non coglie solo la pianta cittadina, ma anche gli abitanti, con le loro vite e i problemi.

Aperture spaziali attraverso cui l’artista abbraccia la vastità del tessuto umano di quelle città, per ricostruire la realtà secondo uno schema che punta ad esaltare la possibilità di un destino umano ideale.

Kokoschka insegna per qualche tempo all’Accademia di Dresda, prima di ritornare a Vienna.

Dopo l’annessione tedesca dell’Austria, si rifugia a Praga.

Con l’avvento del Nazismo, l’arte di Kokoschka risente dell’impegno politico con cui, attraverso astute figure allegoriche, esprime il proprio dissenso.

Non a caso, pur rifugiatosi a Londra, sarà messo al bando e le sue opere inserite tra quelle considerate Arte Degenerata, perciò ritirate da musei e collezioni.

D’altronde, Kokoschka si interroga sul presente, su quanto accade e non è solito fermarsi all’apparenza, ma indaga e cerca risposte ai suoi dubbi, convinto del fatto che la realtà non esista, se non come risultato di una attenta analisi.

Le sue visioni trasposte nei colori non sono, perciò, accettabili per i Nazisti, poiché smascherano la finzione dell’abominio di un’ideologia perversa e contraria all’essere umano.

E nelle sue visioni, le figure emergono deformi e sgraziate, con mani lunghe, sproporzionate, dalle dita nodose, spesso intrecciate a formare strutture differenti, come in Ritratto di Adolf Loos e in Ritratto di Auguste Forel.

I volti delle figurazioni di Kokoschka rivelano perplessità, sono pensierosi, come afflitti da ansie e da problemi insormontabili.

Perciò, la deformità diventa il simbolo della tribolazione, delle difficoltà causate dal vivere, nell’esaltazione dei sentimenti e della parte più recondita dell’animo umano, che nell’artista prevale rispetto all’immagine.

L’artista sarà assiduamente attivo fino alla fine degli anni settanta.

Oskar Kokoschka morirà a Montreux, il 22 febbraio 1980, all’età di novantaquattro anni.

LA SPOSA DEL VENTO

LA SPOSA DEL VENTO – Oskar Kokoschka – Immagine di Proprietà del web

La sposa del vento, del 1914, è l’opera considerata il capolavoro di Oskar Kokoschka; conosciuta anche come La tempesta e conservata al Kuntsmuseum di Basilea.

L’opera ritrae lo stesso artista, steso accanto alla sua musa e amante, Alma Mahler, in una chiave in cui prevale una visione espressionista, dove la scena assume i toni del sogno.

I due amanti risultano epicentro di vortici e di linee e di colori accesi, uno accanto all’altra; lei inspira serenità, con gli occhi chiusi, sospesa nell’oblio dopo la passione amorosa, mentre lui è pensieroso e sembra osservare l’orizzonte con preoccupazione.

Infatti, Kokoschka racconta il suo tormento per una relazione per cui egli soffre, dove l’amore è tormentato e non corrisposto, tanto da spingerlo ad arruolarsi per la guerra.

L’opera presenta zone di colore freddo, con toni di blu, indaco e verde, alternate ad altre in cui si respirano tonalità più calde, con accenti di colore giallo, arancio, e rosso.

Lo sfondo scuro si integra con le due figure abbracciate e avvolte da teli dipinti con tonalità più chiare, espediente che li mette in evidenza, in uno spazio privo di consistenza, onirico, astratto, dove l’inquadratura incornicia i corpi distesi lungo la diagonale che sale dal vertice basso a destra.

La peculiarità della deformità è la via che conduce a un futuro nefasto per quella relazione, che l’artista, evidentemente, vedeva già scritto.

Altre opere importanti di Oskar Kokoschka sono: UOVO ROSSO, in cui prevale l’aspetto satirico sulla politica, dove l’uovo è metafora del mondo, conteso tra Hitler e Mussolini, il leone con la corona d’Inghilterra e il gatto sovietico; IL CAVALIERE ERRANTE, dove Kokoschka manifesta il suo pensiero critico nei confronti dell’assurdità della guerra; PER CHE COSA COMBATTIAMO?, in cui si esprimono concetti simili, ma con molta più drammaticità.

PER CHE COSA COMBATTIAMO?

L’opera si compone di molti aspetti espressionisti e simbolisti

Al centro, una donna e il suo bambino sono morenti, metafora dei soggetti deboli che sono i primi a subire le conseguenze della guerra, mentre in piedi, sulla parte superiore, un uomo è sospeso per le braccia, come fosse crocefisso, con le lettere P e J dipinte sul petto, in riferimento al messaggio antisemita Perish Judah (Muori Giuda).

Tutt’intorno, si notano una macchina che si nutre di ossa per costruire proiettili; uomini dell’alta finanza, a rappresentare il ruolo decisivo del capitalismo nel creare i presupposti per il conflitto bellico; un vescovo che depone una moneta nel barattolo della Croce Rossa, mentre benedice i soldati.

Soltanto ai margini, e tagliato a metà, si ritrova Gandhi, simbolo di pace e di speranza.

Un’opera in cui l’artista riesce a raccontare la drammaticità di quel momento storico tra i più cupi con la prepotenza di un sagace simbolismo e di un uso drammatico di linee e di colori.

Oskar Kokoschka è stato un artista capace di valutare gli esseri umani che lo circondavano, sopo attente valutazioni del loro vissuto e delle tribolazioni generate dal vivere.

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