L’IPERREALISMO

L’IPERREALISMO, IL MESSAGGIO DELLA PERFEZIONE

L’iperrealismo non è solo un’imitazione della realtà, come il fotorealismo, ma sfrutta le tecniche della fotografia per trasmettere messaggi che focalizzano l’attenzione sui temi sociali.

di Pasquale Di Matteo

Durante gli anni sessanta del secolo scorso, negli Stati Uniti emerse un movimento fotorealista.

Fu il pittore Denis Patterson a distinguere l’Iperrealismo dal Fotorealismo.

Egli, infatti, constatò che, mentre il fotorealista emula l’effetto della macchina fotografica, l’iperrealista va oltre. Cerca un risultato più realistico della fotografia.

Non a caso, i soggetti dell’Iperrealismo sono prevalentemente volti e figure umane, mentre i fotorealisti replicano per lo più paesaggi.

L’Iperrealismo, infatti, fa proprie le tecniche della Fotografia per ricostruire la realtà sulle tele attraverso l’illusione delle forme, dei tratti e dei colori.

La peculiarità dell’Iperrealismo è la maniacale attenzione a ogni dettaglio. Non solo per il risultato visivo finale, ma per enfatizzare i messaggi che si vogliono trasmettere.

L’iperrealista pone particolare attenzione alla profondità di campo, alle ombre, ai colori, perché dal particolare egli trasmette il messaggio dell’opera, mentre il fotorealista si ferma alla copia del reale.

I primi iperrealisti furono gli statunitensi Denis Patterson, Richard Estes, Audry Flack e Chuc Close.

Tra gli europei, figura il pittore austriaco Gottfried Helnwein, il primo a usare la tecnica iperrealista per affrontare temi sociali di estrema sofferenza.

L’Iperrealismo ha una sua connotazione molto forte nella scultura.

Figure umane a grandezza naturale, che sembrano vere e che rimandano il più delle volte a mestieri comuni o a ruoli sociali di basso prestigio.

Tra gli scultori iperrealisti più famosi, Duane Hanson, Robert Gober, Ron Mueck.

EPIFANIA – ADORAZIONE DEI MAGI, di Gottfried Helnwein.

Gottfried Helnwein cattura l’immagine in cui soldati delle SS adorano un bambino nudo sorretto da una giovane madre. Bella, elegante, austera.

In quest’opera, la perfezione della donna e del bambino rappresentano la razza ariana.

La tecnica sopraffina è messa a disposizione della trasposizione della Madonna e del bambino in un contesto di dolore e sofferenza.

I toni di grigio alimentano chiaroscuri che inquietano, che trasformano la tela in una foto dell’epoca nazista.

Un ufficiale delle SS tiene in mano un documento piegato, perciò è impossibile leggerne il contenuto.

Il soldato posto alla destra, riserva uno sguardo enigmatico al pube del bambino.

L’indecifrabilità del documento e dell’espressione del soldato aumentano il pathos.

Per alcuni critici, il bambino raffigurerebbe Hitler. Se ciò fosse plausibile, allora il documento potrebbe celare il destino del futuro dittatore ed essere persino un monito da consegnare alla madre. Il soldato che osserva il pube, invece, potrebbe assicurarsi ch’egli possa generare un futuro per il nazismo.

Un’opera psicologica che mette in evidenza la brutalità dell’essere umano e la sua capacità di generare inquietudine negli altri, al di là dell’oggettiva bellezza.

TRENO D, di Richard Estes.

Richard Estes è uno dei fondatori dell’Iperrealismo.

I suoi lavori migliori vedono rappresentata la città di New York, un contenitore ambientale di cui l’artista trasmette l’aliena verità.

In Treno D, la perfezione dei riflessi sul vetro e sull’acciaio accompagna la solitudine della scena.

Il World Trade Center è lontano. Come il sogno americano non è così facilmente raggiungibile. Non per tutti, almeno.

Il dipinto è diviso in due. L’interno del vagone e i grattacieli lontani, intangibili.

Allora, il finestrino diventa un labirinto mentale, una barriera che filtra ciò che vediamo e condiziona il pensiero. Il vagone vuoto è ciò che siamo, i grattacieli lontani ciò che vorremmo essere.

QUEENIE II, di Duane Hanson

Duane Hanson lavora la fibra di vetro, le resine, il bronzo.

Ciò che traspare nelle sue opere, è l’analisi della società americana. Lo stereotipo dell’Americano medio. Spesso si tratta di emarginati che svolgono mansioni degradanti.

In Queenie II, per esempio, la protagonista ha una fisicità importante. Si fa notare, perciò grida la sua presenza a una società che le cammina accanto senza notarla. Inoltre è una donna e manifesta l’invisibilità di chi trascura il proprio aspetto, perciò ignorata dal resto del mondo. Nell’era dell’immagine e della ricerca della perfezione, chi non si adegua risulta un’anomalia.

Una donna delle pulizie che spinge un carrello. L’opera abbraccia anche i temi dell’ambiente e dell’igiene personale, attraverso il concetto del rifiuto e la sfilza di detergenti sul carrello.

Ma i detergenti hanno anche il duplice compito di ripulire la società dall’ossessione per il bello da vedere, che limita all’esteriorità delle cose e delle persone.

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